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Drive My Car: un viaggio attraverso il Giappone su una Saab 900 turbo rossa

Drive My Car è un film giapponese candidato a 4 premi oscar dove tramite una Saab 900 turbo rossa si esalta anche il rapporto con l'auto

23 febbraio 2022 - 13:00

Drive My Car potrebbe essere per gli italiani un nuovo “Parasite“: la pellicola sudcoreana, due anni fa, prima di vincere gli Oscar era pressoché sconosciuta in Italia, divenendo poi un vero e proprio caso mediatico. Promette bene anche questo film giapponese, già vincitore del titolo di “Miglior Film Straniero”  ai Golden Globes 2021, è ora candidata a 4 premi Oscar (Miglior Film, Miglior Film Straniero, Miglior Regia e Miglior Sceneggiatura non originale).

Drive My Car è stato diretto dal regista Ryusuke Hamaguchi, ed è l’adattamento cinematografico dell’omonimo racconto di Haruki Murakami, parte della raccolta “Uomini senza donne”. Murakami del resto non ha bisogno di presentazioni: è probabilmente lo scrittore giapponese più conosciuto al mondo, autore di opere quali “Norwegian Wood” (1984), “Kafka sulla spiaggia” e dei tre volumi di “1Q84“, pubblicati tra il 2009 e il 2010.

Drive My Car: la protagonista è proprio la Saab

Senza fare spoiler, il film racconta di Yusuke, attore e regista teatrale, che deve scendere a patti con la morte della moglie Oto e del rapporto che avevano in vita, dai quali non si è più ripreso. Due anni dopo il lutto, gli viene chiesto di mettere in scena Zio Vanja di Čechov a un festival teatrale di Hiroshima. Abituato a guidare la sua Saab 900 turbo rossa, da quando accetta l’incarico passa da essere autista a passeggero, in quanto per obblighi lavorativi non può lavorare. L’auto viene quindi guidata dalla giovane autista Misaki, e i tre (Saab compresa) creeranno un forte legame, che li porterà a viaggiare per diverse aree del Giappone e non solo.

Proprio la Saab 900 turbo è però la vera protagonista del film. Spicca nella sua veste rossa nella magnifica fotografia della pellicola, a contrasto con scenari freddi e spesso bianco-grigi delle città giapponesi e, più in generale, del paesaggio; o ancora del bianco della neve nell’Hokkaido. È sulla Saab, che macina efficiente migliaia di km, che avvengono i dialoghi e molte delle scene più cruciali del film. Ancora, la Saab è la vera e propria compagna di Yusuke, non solo perché letteralmente lo accompagna nei suoi spostamenti, ma perché lo aiuta, tramite la voce registrata della moglie riprodotta dalle cassette, a memorizzare i copioni. Yusuke, infatti, studia mentre guida all’inizio, e mentre è seduto sul divanetto posteriore nel resto del film, il tutto con il silenzioso e mai polemico consenso dell’autista Misaki.

Chi usa tanto l’auto saprà sicuramente riconoscersi: quante volte la vettura ci accompagna non solo fisicamente, ma anche facendoci da riproduttore musicale, o da lettrice di libri, o anche da piacevole fonte d’intrattenimento quando ascoltiamo i podcast. Il film certamente ci accompagna nel percorso introspettivo di Yusuke, della sua rinascita e accettazione dei fatti spiacevoli accaduti nella sua vita. Ma è prima di tutto un’esaltazione del rapporto con la propria vettura. Lo stesso protagonista è restio a far guidare agli altri la propria auto, scelta con cura, proprio perché la sente come una parte di sé.

L’auto è protagonista di Drive My Car, infine, anche perché spesso vediamo il mondo, il Giappone attraverso i suoi “occhi”: sono numerose le inquadrature sul cruscotto, con visuale del parabrezza, che ci mostrano i paesaggi e le strade letteralmente filtrati attraverso lo “sguardo” di una Saab 900. Tra l’altro, sembra che i produttori abbiano simpatizzato con le auto scandinave: l’unica altra auto riconoscibile durante il film è, infatti, una Volvo V40.

Il regista

Drive My Car è stato diretto da Ryusuke Hamaguchi, nato nel 1978 che è noto sulla scena globale quando nel 2021 ha vinto l’Orso d’argento al Festival di Berlino per “Il gioco del destino e della fantasia“. Inoltre, proprio con Drive My Car ha vinto il Prix du scénario.

La nota forse “dolente” del film, oltre ad essere particolarmente lento, è che dura 3 ore. Al regista sembrano piacere pellicole di lunga durata: nel 2015, infatti, aveva già fatto parlare di sé con Happiawa, della durata di ben 5 ore.

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