Due membri della Scuderia Ferrari in tuta rossa sono seduti al muretto box, uno di loro è Mattia Binotto con cuffie e microfono, intento a comunicare via radio. Sullo sfondo si notano monitor ed il tipico allestimento da gara di Formula 1.

Ferrari F1, Binotto: “Ho capito dal primo giorno che avrei lasciato”

Binotto racconta il suo addio alla Ferrari, il lavoro dietro un team vincente e il confronto tra la leadership di Schumacher e il metodo Hamilton.

Entrato in Ferrari nel 1995 come giovane ingegnere, Mattia Binotto ha attraversato vent’anni di storia del Cavallino, vivendo da protagonista l’epoca Schumacher e arrivando, nel 2019, alla guida del team di Formula 1. Un traguardo che, però, portava già con sé la consapevolezza di una fine inevitabile.

«Quando hai quel ruolo sai che non sarà per sempre. Nel giorno in cui sono diventato team principal ho capito che prima o poi avrei lasciato la Ferrari»

Lo ha raccontato in un’intervista a Il Giornale, firmata da Umberto Zapelloni, dove Binotto ha ricostruito con lucidità il suo percorso e la difficoltà di portare avanti un progetto in un contesto estremamente esigente come quello di Maranello.

«Quella Ferrari ha fatto scuola. C’erano persone straordinarie che mi hanno insegnato molto come mentalità, come approccio, come organizzazione. Ancora oggi mi chiedo: ma cosa farebbero loro in questa situazione? Penso al presidente Montezemolo, a Todt, a Ross e naturalmente a Michael»

E proprio a Michael Schumacher, Binotto ha voluto dedicare una riflessione che riguarda anche l’attualità. Alla domanda se fosse stupito dal dossier che Lewis Hamilton avrebbe consegnato agli ingegneri Ferrari in vista della stagione 2025, l’ex team principal ha risposto rievocando la leadership discreta del campione tedesco.

«Michael non era solo un pilota, ma un leader per attitudine e mentalità. Tra lui, Todt e Montezemolo c’era sicuramente uno scambio continuo, molto confronto. Ma tutto restava all’interno del loro cerchio»

Parole che non nascondono una velata critica ai metodi più “social” di oggi, ma che soprattutto evidenziano quanto, per Binotto, la coesione interna e il rispetto dei ruoli siano ancora oggi valori imprescindibili per chi punta davvero alla vetta.

La sua esperienza da capo della Gestione Sportiva durò quattro stagioni, segnate da una transizione tecnica e da una riorganizzazione strutturale del team. Nessuna bacchetta magica, solo lavoro, metodo e fiducia nei processi. Ma il tempo, in Ferrari, è sempre troppo poco.

«Il lavoro di costruzione di una squadra è lungo, nel calcio puoi cambiare 11 giocatori molto più velocemente che 1500 persone in un team. Per costruire una squadra lavori sulla cultura, sui metodi, sui processi, sugli strumenti. Quello che serve in F1 è la pazienza»

Ed è proprio in quest’ottica che Binotto ha commentato la recente riconferma di Frédéric Vasseur, attuale team principal Ferrari. Un segnale di fiducia che, secondo l’ingegnere reggiano, va letto come passo nella giusta direzione.

«La riconferma di Vasseur? Credo ce l’aspettassimo tutti. Giusto avere pazienza e concedere il tempo»

Binotto sa cosa significa costruire una squadra vincente. Lo ha imparato nei primi anni Duemila, quando lavorava al fianco di alcuni dei protagonisti più influenti della storia moderna della Scuderia. Un patrimonio umano e professionale che ancora oggi rappresenta un riferimento, anche nella sua nuova avventura insieme al Team Audi F1.

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