SBK: perché nel 2026 si corre praticamente solo in Europa?

WorldSBK 2026: una sola gara fuori Europa. Le ragioni sono economiche e logistiche, non sportive. Il campionato resta competitivo a prescindere dal calendario.

Alex Lowes in posizione aerodinamica su moto SBK bimota by Kawasaki Racing Team

Informazioni chiave:

  • Nel calendario WorldSBK 2026 è prevista una sola tappa extraeuropea, a Phillip Island.
  • I costi e la disponibilità dei circuiti influenzano direttamente la scelta delle sedi.
  • La qualità sportiva del campionato non dipende dalla presenza in più continenti.

Il tema delle gare extraeuropee nel SBK torna ad ogni stagione. A fronte di un calendario fortemente concentrato in Europa, con molte tappe tra Spagna, Italia e Portogallo, la categoria Superbike propone oggi una sola gara fuori dal continente: l’apertura di stagione a Phillip Island.

Un dato che, se confrontato con la crescita globale della MotoGP, alimenta interrogativi sulla dimensione realmente “mondiale” del campionato. Secondo Alex Lowes, intervistato da Crash, la questione geografica non dovrebbe diventare un metro per giudicare il valore sportivo del World Superbike.

Il confronto con la MotoGP

Nel 2026 la MotoGP prevede otto gare fuori dall’Europa, con la possibilità di arrivare a nove nel 2027. Il WorldSBK, invece, resta ancorato a un calendario prevalentemente europeo, con metà delle dodici tappe concentrate in tre Paesi.

Questa differenza viene spesso interpretata come un segnale di difficoltà strutturale. Lowes invita però a distinguere tra dimensione commerciale e qualità del prodotto sportivo.

Secondo il pilota britannico del bimota by Kawasakin racing team, esiste uno spazio chiaro e legittimo per entrambe le realtà: una categoria prototipi come la MotoGP e una categoria production-based come la SBK, senza che una debba sminuire l’altra.

“Le piste devono voler ospitare il WorldSBK”

Il punto centrale, secondo Lowes, è pratico più che ideologico. Il WorldSBK può correre solo dove esistono circuiti disposti a ospitare l’evento e a sostenerne i costi organizzativi.

Le ragioni economiche incidono in modo diretto sulla costruzione del calendario. Spostare una serie intercontinentale comporta investimenti elevati per promotori, team e infrastrutture locali, e non tutti i mercati sono oggi in grado di sostenerli.

In questo contesto, la concentrazione europea non è una scelta di principio, ma il risultato di condizioni operative concrete.

La qualità delle gare resta centrale

Lowes respinge anche l’idea che il WorldSBK offra uno spettacolo inferiore rispetto alla MotoGP. Il numero di vincitori o il dominio di alcuni piloti non è, secondo lui, un parametro esclusivo per giudicare la qualità delle gare.

La Superbike, grazie a moto più vicine alla produzione di serie e a regolamenti diversi, continua a offrire battaglie ravvicinate, sorpassi frequenti e un livello di competitività elevato lungo tutto il gruppo.

In altre parole, il valore sportivo non dipende dalla latitudine del circuito.

Più continenti in futuro? Un obiettivo, non una garanzia

Lowes non esclude che in futuro il WorldSBK possa ampliare la propria presenza fuori dall’Europa, magari con una tappa aggiuntiva in Asia o in altri continenti. Ma chiarisce che si tratta di un percorso graduale, legato a opportunità reali e sostenibili.

Il pilota sottolinea anche un aspetto spesso trascurato: correre su circuiti diversi da quelli della MotoGP permette di portare gare di alto livello in territori che altrimenti non vedrebbero competizioni di vertice.

Secondo Lowes, ai piloti resta soprattutto il compito di promuovere il campionato attraverso le prestazioni in pista e un atteggiamento costruttivo. Le scelte strutturali sul calendario non dipendono da loro, ma il modo in cui il WorldSBK viene raccontato sì.

In un contesto mediatico spesso attratto dalle critiche, Lowes invita a valorizzare ciò che il campionato offre: un livello tecnico alto, una griglia competitiva e una nuova generazione di piloti in crescita. Il calendario può cambiare nel tempo. La solidità sportiva, secondo il pilota britannico, è già una realtà.

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